Introduzione
Garlasco non è semplicemente un luogo sulla mappa: è un crocevia di memorie, un mosaico di storie personali e collettive che si intrecciano tra le sue strade, i campi e i cortili. Qui sono cresciuto, e ogni angolo racconta qualcosa di me, della mia famiglia, dei miei amici e dei legami che si sono stratificati negli anni. Tornare a Garlasco non è mai un ritorno come un altro: è ritrovare un cuore pulsante, fatto di piccoli gesti quotidiani e grandi ricordi, un luogo dove il tempo sembra muoversi con un ritmo più umano, più autentico.
La storia di Garlasco affonda le radici in un passato nobile, cioè che rimane è il Torrione, fatto di mattoni rossi, l’unico simbolo del castello distrutto durante il sacco di Garlasco del 1524\. Ma il vero battito della città lo si avverte lungo la Via Francigena. Vedere oggi i pellegrini moderni che attraversano il centro con lo zaino in spalla ti fa sentire parte di una tradizione millenaria: fermarsi qui per un ristoro è un gesto antico che collega passato e presente, camminatori e cittadini, storie personali e comunitarie.
L'Esperienza
Il cammino porta naturalmente verso il Santuario della Madonna della Bozzola, dove aleggia ancora la leggenda della pastorella che riacquistò la parola davanti alla Vergine nel 1465\. Tra le navate silenziose, tra l’odore del legno e delle candele, si percepisce la devozione profonda di generazioni di garlaschesi.
Eppure, Garlasco possiede un’anima sorprendente, quasi elettrica, che per decenni l’ha resa celebre in tutta Italia come la "Las Vegas della Lomellina". Questo soprannome nasce grazie al visionario locale Le Rotonde, un complesso che sembrava venire dal futuro: 42.000 metri quadrati di piste da ballo, piscine e luci che squarciavano l’oscurità della campagna. Qui sono passati i grandi della musica italiana e internazionale, da Mina a Madonna, trasformando Garlasco nell’ombelico del divertimento del Nord Italia. Per noi garlaschesi, Le Rotonde non sono state solo una discoteca, ma il simbolo di una comunità capace di sognare in grande, di costruire un luogo unico tra le nebbie e le risaie. Ancora oggi, la città sa sfruttare quell’eredità: i locali, i bar, gli eventi e le iniziative nel centro urbano continuano a far vivere Garlasco con energia e vitalità.
Quando le luci della ribalta si spengono, torna il respiro della natura. Il Parco del Ticino, con le sue sponde verdeggianti e i canali che riflettono il cielo, e il Bosco del Vignolo, con sentieri ombrosi e alberi secolari, sono i polmoni di questa terra. In primavera e in autunno, quando la luce filtra tra i pioppi e le risaie si trasformano in specchi d’acqua, l’atmosfera diventa magica, quasi sospesa. Ed è proprio da questa terra bagnata che nascono i nostri tesori, tra cui sopra ogni cosa, il riso.
Il legame con il riso si celebra in Risomania, la manifestazione che organizzo con orgoglio per valorizzare l’identità garlaschese. Non è un semplice festival: è un racconto corale, dove le piazze si animano, il profumo dei risotti invade le vie e la comunità si riunisce. È un esempio concreto di come la semplicità della nostra terra possa trasformarsi in un evento straordinario, capace di emozionare e unire.
Garlasco è viva in ogni dettaglio: nelle sue numerose chiese, nel teatro Martinetti, nei vicoli dove si respira quotidianità e storia, nel mercato del martedì e nelle feste locali, nelle conversazioni tra vicini e amici. È un unicum per il territorio, un punto di riferimento, un luogo dove la semplicità diventa eleganza e autenticità.
Amare Garlasco significa celebrare la vita di provincia senza stereotipi, riconoscendo la ricchezza nascosta nei suoi boschi, nelle sue piazze, nei suoi sapori, nella sua storia e nella sua gente. È una città che si offre con discrezione, ma che una volta conosciuta, resta impressa in chi sceglie di abitarci, come quei luoghi che ci accompagnano per sempre, nei ricordi e nei ritorni.
Per chi, come me, la chiama casa, Garlasco è qualcosa di più: è identità, ricordo e orgoglio. Un posto che ti insegna a guardare il mondo con occhi più attenti e cuore più grande, dove ogni ritorno è un autentico atto d’amore.
31\. Pavia: L’antica capitale che sorprende chiunque ci arrivi
Appena metti piede a Pavia, la città non ti urla la sua grandezza: ti accoglie piano, con il passo silenzioso della nebbia che si dirada, e ti sorprende poco a poco. Senti il porfido sotto le scarpe, le biciclette che sfrecciano tra i cortili, le risate degli studenti che attraversano piazze antiche come se nulla fosse cambiato da secoli. Per me, Pavia è il luogo dei vent’anni, dei corridoi delle superiori dove ho fondato la Rete degli Studenti Medi. Ogni passo riporta echi di sfide condivise, di sogni impigliati tra i banchi e un’esperienza che segna chiunque la viva con passione. È qui che ho capito che una città non è fatta solo di mura, ma di persone che decidono di abitarle con coraggio.
Camminando per il centro, senti i secoli sotto i piedi. L’antica Ticinum romana guida ancora i tuoi passi attraverso l’impianto a scacchiera: l’incrocio tra il Cardo (oggi Strada Nuova) e il Decumano (Corso Cavour e Corso Mazzini) definisce ancora l’anima degli incontri cittadini. Alcuni scorci raccontano i tempi dei mercati romani, ma è nel Medioevo che Pavia diventa il centro del mondo conosciuto come Capitale dei Longobardi.
Immagina le stanze di sovrani come Alboino e Liutprando, le leggi scritte tra i chiostri e le torri. La città conserva nel suo tessuto la memoria di questo ruolo regale. La Basilica di San Michele Maggiore, capolavoro in arenaria, è il luogo dove venivano incoronati i Re d'Italia: qui, tra i rilievi che raffigurano lotte tra il bene e il male, sembra ancora di udire il clangore delle spade di Federico Barbarossa. Poco lontano, la figura di Teodote, monaca ribelle e simbolo di riscatto femminile, sembra ancora muoversi tra le ombre, lasciando un segno di dignità che sfida i secoli.
I Visconti impressero poi il loro sigillo di grandezza nel XIV secolo. Il Castello Visconteo, voluto da Galeazzo II, non è solo una fortezza: con il suo loggiato raffinato e le sale affrescate che un tempo ospitavano una delle biblioteche più importanti d'Europa (curata da Petrarca), era una reggia di piacere. Da qui partiva un parco immenso che collegava la città alla Certosa di Pavia, monumento funebre e spirituale di inaudita bellezza.
In pieno centro, il Duomo domina la piazza con la sua cupola imponente, la quarta in Italia per dimensioni. Il Duomo è un gigante che ha impiegato secoli per essere completato, eppure la sua maestosità incompiuta racconta la perseveranza di una città che non ha mai avuto fretta di finire, preferendo la perfezione.
L’Università di Pavia, fondata come scuola di diritto nell’825, è un laboratorio di idee che ha cambiato la storia. Camminare nei suoi cortili storici — come il Cortile delle Statue o quello della Magnolia — significa respirare l'aria che ha alimentato menti sublimi. Qui Lazzaro Spallanzani svelò i segreti della biologia, Antonio Scarpa rivoluzionò l’anatomia (il suo "Gabinetto Anatomico" è ancora un gioiello per gli studiosi) e Camillo Golgi, scoprendo l'apparato che porta il suo nome, vinse il primo Nobel italiano per la medicina.
Pochi sanno che anche un giovane Albert Einstein visse a Pavia, in Palazzo Cornazzani (dove abitò anche Ugo Foscolo). Mentre la sua famiglia gestiva una fabbrica elettrotecnica, Albert si rifugiava lungo il Ticino, dove la lentezza del fiume diventava lo spazio ideale per i suoi primi esperimenti mentali sulla luce.
Ma Pavia è unica anche per i suoi Collegi Storici, che formano un’università diffusa ispirata al modello di Oxford. Il Collegio Borromeo, definito "palazzo per sapienti", e il Collegio Ghislieri, con la sua facciata austera e la sua biblioteca preziosa, non sono solo dormitori, ma istituzioni culturali d'eccellenza che da secoli ospitano i migliori studenti d'Italia, creando una comunità vibrante che anima i bar e le piazze.
Nessun luogo racconta Pavia quanto il Ponte Coperto. Distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e ricostruito fedelmente, è il ponte che unisce la città alta al Borgo Ticino. La leggenda vuole che il primo ponte fu costruito grazie a un patto col Diavolo durante una notte di nebbia, ma oggi è il luogo dei tramonti più dolci. Attraversarlo significa vedere le case color pastello dei barcaioli e delle lavandaie, un borgo autentico dove il fiume non è solo acqua, ma un vicino di casa che a volte bussa alla porta.
Pavia non è un museo polveroso; ha sempre saputo guardare avanti. Alessandro Volta, professore e rettore qui, ha cambiato il mondo con la sua pila. Oggi, quella stessa vocazione continua al CNAO, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, dove la fisica delle particelle cura il cancro, e all’Ospedale San Matteo, che da secoli coniuga ricerca e umanità.
Questa città ha però anche un’anima pop, fatta di nebbia e musica. È la città delle "106 farmacie" cantate dagli 883, è la voce roca di Drupi, ed è la luce al neon di Marco Lodola. La memoria industriale rivive negli scheletri affascinanti della Necchi e della Snia Viscosa, cattedrali del lavoro che raccontano l'ingegno di migliaia di famiglie pavesi.
Visitare Pavia significa anche sedersi a tavola. Il Risotto alla Pavese e la Zuppa alla Pavese (nata, si dice, per sfamare Francesco I di Francia fatto prigioniero nel 1525\) raccontano una terra di risaie. E per concludere, la Torta del Paradiso: un dolce ottocentesco così soffice da sembrare aria, perfetto per accompagnare un caffè in Piazza Vittoria, all'ombra dei portici.
Pavia non è solo una città da vedere: è da sentire. È l'incrocio tra la sacralità di San Pietro in Ciel d'Oro dove riposano le spoglie di Sant'Agostino celebrate da Dante e la vitalità chiassosa delle serate universitarie.
È dove ho imparato che crescere significa partecipare e costruire legami.
Pavia ti rimane dentro perché ti insegna che la vera bellezza sta nella capacità di far dialogare un passato imperiale con le sfide del futuro, mentre il Ticino scorre lento e possente, testimone silenzioso di ogni nostra piccola e grande storia.