Introduzione
Ci sono viaggi che scegli, e poi ci sono viaggi che ti chiamano. La Turchia, per me, è stata questo. Ho avuto la sensazione netta che mi stesse aspettando da tempo, forse da quando guardavo i film di Özpetek e restavo incantato da quella malinconia luminosa, da quei silenzi carichi di significato, da quella continua contaminazione tra mondi diversi. Istanbul, più di ogni altro luogo, si è presa un pezzo di me. Non con prepotenza, ma con una naturalezza disarmante.
I primi giorni li ho vissuti interamente a Istanbul, una città che non si visita, si attraversa. Camminare per le sue strade significa passare dall’Europa all’Asia in pochi passi, dal sacro al quotidiano, dal caos al silenzio. Le moschee non sono solo monumenti, ma luoghi vivi, pulsanti, dove la spiritualità si mescola alla vita di tutti i giorni. Entrarci richiede rispetto, ma ripaga con una bellezza che va oltre l’architettura. La Cisterna Basilica è stata uno dei momenti più suggestivi: scendere sotto la città, tra colonne illuminate e riflessi d’acqua, dà la sensazione di entrare in un tempo sospeso, quasi irreale.
L'Esperienza
Hagia Sophia merita un discorso a parte. È vero, è stata fortemente politicizzata e questo si percepisce. Eppure, nonostante tutto, resta un luogo imprescindibile. La sua grandezza, la sua storia stratificata, il fatto stesso di essere stata chiesa, moschea, museo e di nuovo moschea, raccontano meglio di qualsiasi libro l’identità complessa della Turchia. Poco distante, il Palazzo Topkapi apre una finestra sull’Impero Ottomano, mentre i quartieri lungo il Bosforo regalano uno dei panorami urbani più affascinanti al mondo.
Dopo Istanbul, il viaggio cambia ritmo. Si parte on the road, ed è qui che la Turchia mostra un altro volto, forse ancora più sorprendente. Attraversare il Paese in auto significa incontrare paesaggi che mutano continuamente, specchi d’acqua come il lago salato rosa che sembrano usciti da un altro pianeta, antichi caravanserragli che raccontano di viaggiatori, mercanti e rotte commerciali millenarie. Ogni sosta è una lezione di storia, ogni strada un ponte tra passato e presente.
La Cappadocia è uno di quei luoghi che ti lasciano senza parole. Vederla dall’alto, durante un volo in mongolfiera, è un’esperienza difficile da raccontare. È vero, è una delle immagini più instagrammate al mondo, ma ridurla a questo sarebbe profondamente ingiusto. Da lassù capisci davvero quanto quel paesaggio sia unico, quasi magico. Le formazioni rocciose, i colori dell’alba, il silenzio interrotto solo dal soffio dei bruciatori creano un’atmosfera fatata. Un consiglio sincero: attenzione a non farsi fregare. Informarsi bene, scegliere operatori affidabili, perché l’esperienza vale ogni euro speso, ma solo se vissuta nel modo giusto.
Pamukkale, invece, è stata una piccola delusione. Le famose terrazze bianche, viste dal vivo, appaiono spesso affollate, rumorose, con vasche non sempre limpide come ci si aspetterebbe. Tuttavia, proprio dietro, Hierapolis è una sorpresa che ripaga ampiamente. L’area archeologica è vasta, affascinante, e camminare tra le rovine, il teatro e la necropoli restituisce dignità e profondità a una tappa che altrimenti rischierebbe di lasciare l’amaro in bocca.
Lungo il percorso, la Turchia continua a stupire con le sue tradizioni. Assistere alla danza dei dervisci è un’esperienza ipnotica, che va oltre lo spettacolo turistico se vissuta con il giusto atteggiamento. Allo stesso modo, visitare le fabbriche di tappeti permette di capire quanta cura, quanta pazienza e quanta cultura ci siano dietro ogni nodo. Non è solo artigianato, è una forma di racconto tramandata di generazione in generazione.
Ankara segna un cambio netto di atmosfera. Austera, istituzionale, lontana dalla sensualità di Istanbul, è una capitale che non cerca di piacere. Il Mausoleo di Atatürk domina la città con la sua imponenza e racconta il volto moderno della Turchia, quello laico, repubblicano, profondamente legato alla figura del suo fondatore. È una visita che aiuta a comprendere meglio le tensioni e le contraddizioni del Paese di oggi.
Gli ultimi giorni li ho trascorsi a Bodrum, dove il viaggio rallenta di nuovo. Qui il mare diventa protagonista, con acque limpide, luce intensa e un’atmosfera più rilassata. Le giornate sul caicco, alla scoperta della costa, sono state il modo perfetto per chiudere questo itinerario. Navigare lentamente, fermarsi nelle calette, tuffarsi, pranzare a bordo: un lusso semplice che ti riconcilia con il tempo.
La Turchia non è un viaggio facile da incasellare. È contraddittoria, intensa, a tratti spigolosa, ma proprio per questo incredibilmente affascinante. È un luogo che ti mette alla prova, che ti chiede attenzione e apertura, ma che in cambio ti regala molto più di quanto ti aspetti. Forse mi stava davvero aspettando. E io, in qualche modo, so che prima o poi tornerò.
18\. On the road in Umbria: Colline, borghi e meraviglia verde
L’Umbria d’inverno ha un fascino particolare. Meno chiassosa, più raccolta, quasi timida. È una regione che non ha bisogno del mare per farsi amare e che, anzi, nella stagione fredda riesce a raccontarsi con ancora più sincerità. Siamo partiti da Milano con un pulmino, carichi di aspettative e con un itinerario ben costruito, di quelli che ti permettono di vedere tanto senza correre troppo. Cinque notti, strade che si snodano tra colline morbide e borghi arroccati, e quella sensazione costante di essere immersi in una bellezza discreta, mai urlata.
La prima tappa è stata Città di Castello, elegante e silenziosa, con il suo centro storico raffinato e l’aria da città colta. Qui l’Umbria si presenta con misura, senza effetti speciali, ma con un equilibrio che ti invita a iniziare il viaggio con calma. Proseguendo verso Gubbio, il tono cambia: più medievale, più scenografica. Le sue pietre raccontano secoli di storia e la vista dall’alto, raggiunta con la funivia che sembra sospesa nel vuoto, è uno di quei momenti che restano impressi. Un’esperienza divertente, quasi infantile, che però regala uno sguardo privilegiato sulla città e sulle colline intorno.
Perugia è stata una scoperta viva, dinamica, con il suo centro storico stratificato e i collegamenti sotterranei che raccontano un passato etrusco ancora presente. È una città universitaria, quindi giovane, ma allo stesso tempo profondamente legata alle sue tradizioni. Passeggiare per Corso Vannucci, entrare nelle piazze, fermarsi in un caffè significa coglierne il doppio volto, quello storico e quello contemporaneo.
Assisi, inevitabilmente, ha portato il viaggio su un piano più intimo. Qui il silenzio non è solo assenza di rumore, ma una vera e propria presenza. La Basilica, con i suoi affreschi, è uno di quei luoghi che parlano a tutti, credenti e non, perché racconta una storia universale di spiritualità e semplicità. Poco distante, Spello sembra quasi un dipinto, con i suoi vicoli fioriti anche d’inverno e quell’atmosfera da borgo vissuto, non costruito per i turisti. Foligno, più concreta e meno patinata, ha aggiunto un tocco di quotidianità al viaggio, mostrando un’Umbria reale, fatta di piazze ampie e vita locale.
Montefalco è stato uno dei momenti più intensi dal punto di vista enogastronomico. Qui abbiamo degustato il Sagrantino, un vino potente, strutturato, che non lascia indifferenti. Assaggiarlo direttamente nel suo territorio, circondati da vigne spoglie ma affascinanti anche in inverno, è stata un’esperienza che ha dato profondità al viaggio. Un vino che racconta la terra da cui nasce, ruvido e generoso allo stesso tempo.
Spoleto ha riportato il viaggio su un registro più monumentale. Il Duomo, il Ponte delle Torri, la verticalità della città creano un insieme scenografico che colpisce anche senza grandi eventi o folle. Todi, invece, è una di quelle sorprese che non ti aspetti. Raccolta, elegante, con una delle piazze più belle d’Italia, e poco distante la Casa Dipinta, una vera chicca. Entrarci è come fare un salto dentro ad un quadro, in un’abitazione che racconta la vita di chi l’ha dipinta: l’artista irlandese di fama internazionale Brian O’Doherty. Nel 1975, l’artista concettuale Brian O’Doherty e sua moglie Barbara Novak, docente universitaria e storica dell’arte, acquistano una casa nell’affascinante borgo medievale di Todi, in Via delle Mura Antiche 25, per trascorrere le vacanze. Dopo due anni, l’artista inizia a realizzare un’opera d’arte immersiva, dipingendo con colori acrilici le pareti dell’intera casa, sviluppata su tre piani. Un tempio dedicato all’amore che unisce i due coniugi da più di cinquant’anni, percepibile in ogni angolo della casa e capace di trasmettere pienamente la sua poetica artistica. I colori tenui e accesi, insieme alle forme geometriche prospettiche sulle pareti, riescono a far addentrare il visitatore nel mondo più intimo dell’artista e nei suoi stati d’animo, grazie all’utilizzo dell’antichissimo alfabeto celtico Ogham, estinto da più di 1200 anni, che traduce le 20 lettere dell’alfabeto romano in linee orizzontali e verticali. Sebbene la casa non abbia una visuale sull’affascinante paesaggio naturale del borgo, sono state dipinte ben cinque finestre, sempre con fili fissati alla parete, realizzate per esaudire il desiderio della moglie Barbara di poter godere idealmente il suggestivo panorama umbro.
Il viaggio ha poi fatto una deviazione verso Civita di Bagnoregio, il paese che muore. Raggiungerlo attraversando il ponte sospeso è già di per sé un’esperienza. In inverno, con meno persone e un’atmosfera quasi surreale, Civita mostra tutta la sua fragilità e la sua bellezza struggente. È uno di quei luoghi che ti fanno riflettere sul tempo, sulla conservazione, su quanto sia importante prendersi cura del patrimonio che abbiamo ereditato.
Orvieto ha chiuso il cerchio in modo perfetto. Il Duomo, con la sua facciata imponente, è uno dei capolavori assoluti dell’arte italiana, ma è scendendo nel Pozzo di San Patrizio che si entra davvero nella dimensione ingegnosa e sorprendente della città. Percorrere la doppia elica del pozzo è un’esperienza quasi ipnotica, un dialogo continuo tra luce e ombra, tra superficie e profondità.
Questo weekend lungo invernale on the road in Umbria è stato un viaggio costruito con cura, fatto di distanze brevi ma di emozioni intense. Un itinerario che dimostra quanto questa regione sia perfetta per essere esplorata lentamente, anche – e forse soprattutto – fuori stagione. L’Umbria non si impone, si lascia scoprire. E quando torni a casa, ti accorgi che quel verde, anche d’inverno, ti è rimasto dentro.